 Mauro Pucci
SEGNALATO DA ANEP
Il conflitto nasce dalla compresenza delle differenze ed è perciò strutturalmente connaturato alla relazione educativa che si fonda sulla disimmetria tra i due attori.
Il conflitto nella relazione educativa è una esperienza quasi quotidiana per tutti gli educatori di professione, ma anche per gli insegnanti, i genitori e gli adulti che si occupano di educazione.
Una volta che il conflitto è scoppiato, se ci trova impreparati, può avere un esito distruttivo. Siccome a nessuno piace perdere o essere distrutto, è probabile che l'educatore tenti di difendersi attaccando l'educando ed è probabile, ma non è affatto scontato, che riesca a concludere lo scontro con una vittoria a suo favore, in virtù del maggior potere che gli deriva dal suo status. Ma questo modo di procedere ha ben poco a che fare con una azione pedagogicamente pensata.
E' anche vero che quando si è nel bel mezzo del conflitto, si punta a portare a casa la pelle e non si perde molto tempo a pensare, perché ogni esitazione potrebbe essere fatale! Ma questo modo di intendere la relazione educativa si rifà a una rappresentazione dell'utenza come minaccia, come nemica della immagine che l'educatore ha di sé stesso, perché, in effetti, potrebbero essere ben poche le conferme che dall'educando potrebbero giungere all'educatrice in un contesto dominato da una conflittualità incontrollata.
Partendo da queste premesse, che sono riscontrabili in tutte le situazioni dove operano gli educatori, si è cercato di indagare sul conflitto per tentare di comprendere di quali strumenti debba dotarsi l'educatrice, quale sia la formazione necessaria all'educatore per una gestione competente del conflitto nella relazione educativa, quale sia l'orientamento educativo più adeguato per affrontare i conflitti. Rallentare il conflitto è il primo passo da compiere per non venirne travolti e avere la possibilità di sviluppare il pensiero, la riflessione, per poter poi agire con consapevolezza e intenzionalità pedagogica anche in quella situazione difficile.
Analogamente si è cercato di fare nel presente lavoro. E' solo nel quinto capitolo che si affronta apertamente la gestione del conflitto, dando anche alcune indicazioni di metodo. Nei capitoli precedenti si è cercato di mettere in evidenza degli aspetti, dei problemi da prendere in considerazione prima di essere coinvolti in un conflitto all'interno di una relazione educativa.
Nel primo capitolo si dichiara che la nonviolenza è la chiave di lettura di tutto il lavoro e alla sua luce vengono esaminati alcuni elementi che affiorano sempre in ogni situazione conflittuale: l'aggressività, la violenza, la nonviolenza, l'ubbidienza e la disobbedienza, la ribellione e si giunge a proporre una educazione alla disobbedienza.
Nel secondo si effettua un esercizio semantico, conducendo un lavoro di archeologia linguistica, alla riscoperta dei significati costruttivi del conflitto, inteso come compresenza di diversità, come opportunità da cogliere. Si passa poi a un esercizio culturale andando ad accennare, secondo i presupposti interpretativi che fanno riferimento a Franco Fornari, allo schema amico-nemico, alla necessità di costruirsi un nemico e al vantaggio di allearsi con il nemico.
Nel terzo capitolo le dinamiche di potere nella relazione educativa vengono analizzate e utilizzate come indicatori per schematizzare le differenze dei vari stili educativi di fronte al conflitto. Parlando di potere si affrontano i concetti degli status e dei ruoli degli educatori e degli educandi e delle reciproche aspettative, le quali possono essere una delle cause di conflitto. Si fa quindi una disamina degli orientamenti educativi prevalenti: lo stile abdicativo, ovvero la rinuncia al proprio compito da parte dell'educatore, lo stile autoritario, cercando di comprenderne e di criticarne le ragioni, e lo stile negoziale.
Nel quarto capitolo si va a rivisitare in modo critico l'infanzia degli educatori e si sottolinea la necessità di autoconoscenza in chi esercita compiti educativi. Si propone il metodo delle biografie educative nella formazione degli educatori. Il concetto che percorre tutto il capitolo è che gli educatori sono profondamente segnati da come i loro stessi educatori hanno, a suo tempo, affrontato i conflitti con loro. Averne consapevolezza è determinante per gestire i propri automatismi affettivi e comportamentali che possono interferire con le nostre intenzionalità educative. Si parla infatti di educazione inconsapevole quando il messaggio educativo implicito sconferma quello che si vorrebbe dare in modo esplicito e intenzionale.
Il quinto capitolo s'intitola l'arte del conflitto e della soluzione. Si accenna nuovamente allo stile negoziale e si individuano le fasi della gestione educativa del conflitto, soffermandosi particolarmente sulla comunicazione, perché nel conflitto ha un ruolo preponderante.
L'ultimo capitolo è interamente dedicato alla negoziazione e alla individuazione di quali caratteri debba essere dotato un orientamento educativo che voglia definirsi negoziale. Dopo una premessa che vuole evidenziare la congruenza tra finalità e mezzi nello stile negoziale, grazie alla quale gli strumenti educativi sono già essi stessi veicolo dei valori educativi che si intende proporre, si passa ad una esposizione di alcune riflessioni teoriche e di alcune esperienze concernenti la negoziazione per poi desumerne quelle indicazioni di carattere generale sull'orientamento negoziale di cui si è accennato prima.
Ci si è avvalsi delle riflessioni di due psicomotricisti relazionali, della Terapia della Responsabilità di Glasser, divulgata dal CeIS di Modena, della esperienza di negoziazione fatta nell'ambito della tossicodipendenza presso Cascina Verde di Azzate; per il settore dei minori si è scelto un ambiente ad alta densità conflittuale: il carcere minorile Beccaria, per l'handicap si è fatto riferimento alla esperienza condotta da un gruppo di educatori presso un CFP de "La Nostra Famiglia" di Castiglione Olona.
Il limite di tali esperienze è che sono inserite in contesti altamente istituzionalizzati, dove il margine effettivo di negoziazione è ridotto. Sono comunque significative, perché sono degli esempi tratti dai contesti educativi tipici degli educatori professionali. Un’ultima osservazione va fatta circa le ampie citazioni che attraversano tutti i capitoli. Il sapere dell’educatore professionale attinge a quello di altre professioni e lo utilizza per dare un senso alla propria professionalità. In attesa che la letteratura specifica possa essere tratta abbondantemente da autori che siano educatori professionali, si è dovuto ricorrere a quella prodotta da professioni che, almeno per ora, sono più forti della nostra. |