Il lavoro presentato si propone come un’analisi della possibile presenza all’interno della relazione d’aiuto, di una componente complessa: l’aggressività , nelle varie forme e modi in cui si manifesta, in maniera esplicita, quanto in quella implicita.
E’ nella relazione d’aiuto in senso rogersiano, che l’aggressività si pone come ostacolo al nascere e svilupparsi della relazione, una barriera nella comunicazione ed un impedimento nel riconoscere l’altro come persona dotata di valore e dignità propria, come parte attiva nel contesto relazionale. La complessità dell’aggressività sta non soltanto nel doppio valore, positivo e negativo, che le viene attribuito, ma anche dai diversi significati che assume nel linguaggio comune e nei differenti approcci e contributi delle diverse discipline scientifiche, che l’hanno presa in esame. Proprio questi vari orientamenti e apporti, se analizzati e integrati, possono fornire un modello ermeneutico che permetta di avvicinarsi alla complessità e multidimensionalità dell’aggressività umana. Da una dimensione innata e adattiva,che implica l’aggressività come parte sostanziale dell’uomo, con la possibilità di averne cura in maniera funzionale, si passa a un pensiero sistemico. Non è la caratteristica personale a determinare un comportamento in una situazione, né è la situazione che controlla il comportamento, ma vi è una interazione costante tra i due fattori, caratteriali e situazionali, con la compresenza di ulteriori elementi, che determinano differenze 1quantitative ( livello più o meno basso di manifestazione) e qualitative tra gli individui Nel lavoro dell’educatore la consapevolezza delle variabili e delle dinamiche che si instaurano all’interno della relazione interpersonale, in particolar modo delle eventuali barriere della comunicazione, è parte della sua professionalità . Ad essa si lega una salda identità personale, in cui autocontrollo/conoscenza di sé, ottimismo e pazienza/tolleranza, fungano da impalcatura per la costruzione di una relazione basata sul mutuo rispetto,sulla reciproca fiducia e accettazione. Per capire chi ci sta di fronte e le sue reazioni occorre comprendere noi stessi e accettare il nostro potere di influenza, acquisire coscienza della componente narcisistica insita nel lavoro educativo, legata a un sentimento di onniscienza e di onnipotenza, che non permette di tollerare le frustrazioni nate dal non sapere, non capire, dalla sensazione di fallimento, dal non raggiungere i macro obiettivi prefissati e dal non saper trarre soddisfazione e orgoglio dai piccoli passi e piccole conquiste. Così un approccio sistemico relazionale si inserisce in una logica che vede i saperi dell’educatore posti tra il saper fare ed il saper essere, tra le competenze pratiche, relazionali e la competenza emotiva. Nello scontro con l’aggressività di chi ci sta di fronte, la presa coscienza delle proprie emozioni e la consapevolezza della specificità e delle caratteristiche di un determinato rapporto, permettono di definire quale possa essere l’intervento più funzionale. E’ la possibilità per chi educa di proporsi come modello, che, nel tentativo di ridurre i comportamenti aggressivi, fornisce nuovi modi di relazionarsi e di affrontare situazioni spiacevoli e frustranti Per evitare di sommare predica su predica, punizione su punizione per indurre al cambiamento, così schivando ogni possibilità di coinvolgersi e di esporsi, occorre passare il tempo ad ascoltare, osservare, procedere per ipotesi, ricercare il significato di ciò che sta accadendo all’altro e a sé Un reale interesse ed un investimento emotivo ed affettivo da parte dell’educatore facilita l’altro a credere che valga veramente la pena investire su se stesso. Autori come Rogers, Gordon ,Carcuff mettono l’accento sulla necessità di rendere efficace non la persona, quanto la relazione e il dialogo interpersonale, con l’obiettivo posto sull’autonomia, con un metodo aperto alla collaborazione e al rispetto dell’unicità e specificità dell’individuo, che eviti ogni atteggiamento di sopraffazione e di dominio Lo stesso educatore,prima di essere un ruolo, è comunque una persona, non perfetta, con i propri bisogni, sentimenti, con una propria visione del mondo e una singolare capacità di interpretazione. Riconoscendo che ogni uomo è diverso dall’altro e che ognuno ha un proprio personale e unico di interpretare la realtà , l’incontro con l’alterità e la differenza, in una prospettiva fenomenologica- ermeneutica, si avvale di un ascolto autentico, che permetta di evidenziare la specificità di ogni esperienza, di interpretare e di formulare ipotesi, mai definitive o assolute, e piani di azione. Si avvale, inoltre, dell’impegno dell’educatore di indagare la capacità e modalità dell’individuo di attribuire senso al mondo, alla propria esperienza, cogliere o per lo meno avvicinarsi alla visione dell’altro attraverso uno sforzo di decentramento e di coinvolgimento personale, sospendendo il propri giudizio e distaccandosi da ogni pregiudizio e preconcetto. Tramite una continua azione riflessiva, che lo porti non tanto a limitare la propria invasività , quanto ad esserne consapevole, l’educatore può evitare il rischio di sostituirsi all’altro nel ricostruire e dare senso alla propria storia. Con la consapevolezza dei propri schemi mentali e culturali, può avvicinarsi al differente e ricercare quella che è la rappresentazione del mondo e di se stessi di più soggetti La comprensione dell’altro nella sua specificità , con i propri limiti e risorse è funzionale nell’ottica di un possibile cambiamento Un cambiamento che ha in sé una valenza negativa, di fatica e a volte di rinuncia, e per questo dovrà essere motivato e motivante, adatto alla persona cui si rivolge, con la co-costruzione di un progetto di vita, in cui ogni attore sia componente attiva In questo senso la relazione d’aiuto assume caratteri di simmetria; nel riconoscere l’altro come portatore di conoscenze, di un sapere soggettivo di bisogni, valori, obiettivi, di capacità di lettura e di interpretazione Nello stesso tempo l’aspetto asimmetrico è dato non tanto dal ruolo istituzionalizzato dell’educatore, a cui peraltro molti fanno ricorso, ma dalle sue competenze, come la capacità di assumere una posizione più dinamica;la consapevolezza delle proprie emozioni, l’ascolto e l’accoglienza, ma in particolar modo la coscienza della soggettività e parzialità di ogni ipotesi e interpretazione. In questa dimensione di continua incertezza e dubbio su ipotesi e su interventi agiti, di progettazione e rivisitazione continua, dove l’educatore si trova ad affrontare delusioni, frustrazioni, incomprensioni con l’impegno di costruire rapporti significativi, fondamentale è il ruolo dell’equipe. Un’equipe in cui vi sia la possibilità di confronto, di una riflessione condivisa, l’esplicazione di finalità e obiettivi comuni, strategie concordate, con funzione di sostegno e costruzione di conoscenza Un’equipe in cui sia accettato il conflitto, come possibilità di confronto, in cui ognuno riconosca la parzialità del proprio punto di vista e sia propenso ad accettare quelli altrui L’operatore è disposto ad abbandonare le proprie opinioni iniziali, non per adottare incondizionatamente quelle altrui, ma per generare altre ipotesi sviluppate dall’incontro-confronto con gli altri, per arrivare a una visione più articolata, che tenga conto dei differenti aspetti del problema e che permetta di immaginare interventi diversi, adatte alle particolari esigenze del singolo utente. L’equipe è un supporto fondamentale per l’operatore che si trova in situazione di crisi o di impasse implicato in un eccessivo coinvolgimento emotivo o in conflitti etici e valoriali che necessitano di ulteriori punti di vista, di osservazioni più oggettive, meno influenzate dal livello emotivo. Questo presuppone un confronto dove non sia presente l’attacco all’operato dell’altro, la critica e il giudizio, la necessità di giustificare il proprio lavoro e le decisioni o di mostrare le abilità professionali Lavorare sulle proprie idee e sui sentimenti, necessita della figura di un coordinatore dell’equipe, che sostenga un clima cooperativo, aiuti i singoli ed il gruppo a riconoscere e gestire le proprie emozioni. Un coordinatore, un facilitatore del dialogo, al servizio del gruppo, in grado di accogliere i problemi, le ansie del singolo, per poi restituirle in una logica costruttiva per l’intera equipe. Allo stesso modo la supervisione si pone come spazio protetto, dove gli operatori ripensano al proprio lavoro, agli obiettivi, alle implicazioni emotive, senza l’incombenza di giungere a soluzioni immediate. Qui l’educatore è posto in condizione di rielaborare i vissuti, le esperienze, di chiarire le difficoltà , anche con il gruppo di lavoro, e di valutare le proprie convinzioni e ipotesi Un lavoro serio di supervisione permette di far emergere i bisogni dei singoli operatori, di prendere coscienza di limiti e risorse, di dar risalto ai punti di forza del singolo e del gruppo, ma anche di esplicitare i nodi problematici del proprio lavoro e ricercarne soprattutto in se stesso la soluzione.
Fondamentali aiuti nell’affrontare l’aggressività altrui e nel gestire la propria, si rivelano quindi quelle che sono le basi del lavoro di educatore:sapere, saper fare e saper essere. Seguendo l’approccio sistemico intervengono molteplici i fattori che fungono da supporto: dall’equipe e supervisione, realmente funzionali nella quotidianità , nell’affrontare i reali problemi pratici e operativi, con la presenza all’orizzonte del burn-out, alla propria reale motivazione rispetto al lavoro, al modo di essere e porsi rispetto agli altri. Contemporaneamente, il conteso in cui l’operatore si trova a lavorare influenza in maniera inevitabile il modo di essere e di lavorare dell’educatore. Mi riferisco alla invisibilità sociale della sua figura e del suo ruolo; alle precarie condizioni lavorative, spesso alla mancanza di autonomia decisionale Sono tutti aspetti che concorrono a creare un diffuso clima di malessere, un senso di inefficienza,a volte di impotenza, nel portare avanti progetti di intervento per mancanza di tempo o di fondi, e di supporto da una efficace rete esterna
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