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Tesi e Articoli degli Educatori Professionali
Handicap Disabilità : IL RUOLO DELL’EDUCATORE PROFESSIONALE TRA DISABILITA’ E SESSUALITA’
Inviato da Lara Saviatesta il 21/9/2009 22:30:00 (1514 letture)
Handicap Disabilità

In questa tesi mi sono proposta di parlare del rapporto tra sessualità ed handicap, argomento alquanto vasto e complesso.
In Italia si è cominciato a parlare per la prima volta di sessualità delle persone diversamente solo alla fine degli anni ’80, tuttavia ancora oggi, spesso, all’interno dei servizi per persone disabili, la sessualità è rimasta un tabù, qualcosa da evitare e di cui parlare solo se si è costretti.


Troppe volte ci si dimentica che anche la sessualità è una parte dell’identità dell’individuo (senza nessuna eccezione per i disabili); nei portatori di handicap, nella maggioranza dei casi, è una componente tra le più sane di tutto l’organismo.
Questo modo di pensare all’interno del lavoro educativo crea dei grossi problemi nel momento in cui la sessualità degli utenti si manifesta: gli educatori si sentono spiazzati e non sanno come gestire la nuova situazione che si presenta e in quel momento vorrebbero che esistesse una formula magica che riporti tutto all’equilibrio iniziale.
Io ho potuto sperimentare questo sentimento in prima persona durante le mie esperienze di tirocinio. Mi accorgevo che la sessualità era sempre presente nei gesti e nelle parole degli utenti, a volte, io stessa, sono stata oggetto di attenzioni sessuali attraverso sguardi, altre volte, invece, sono stata spettatrice di manifestazioni affettivo e sessuali tra un utente e l’altro. In tutti questi casi mi sono sentita confusa, quello che stava succedendo era qualcosa di importante, ma non sapevo se considerarlo come aspetto positivo o qualcosa di negativo. Mi sentivo impreparata ed è stata proprio la mia sensazione di inadeguatezza, sollecitata da questo argomento così intimo, cioè la sessualità, che mi ha spinto ad approfondire questa materia facendola diventare oggetto di ricerca.
Con questa tesi ho delineato una proposta educativa sostenibile per le persone disabili riguardante la sfera sessuale.
Nella parte iniziale di questa tesi, il tema della sessualità è stato indagato nelle sue dimensioni affettivo-relazionali e non solo fisiche, come spesso avviene. Frequentemente, infatti, erroneamente, si utilizza, nel linguaggio comune, questo termine come sinonimo di sesso e, quindi, incontro tra corpi. La mia attenzione si è focalizzata in modo particolare sull’influenza che questa dimensione ha sullo sviluppo della persona che la porterà alla strutturazione della propria identità.
Il fondamento della nostra identità personale sta nel vissuto del nostro corpo, il primo strumento di relazione. Attraverso di esso ciascuno vive, incontra e conosce, ognuno sente il proprio fisico e le sue funzioni come espressione di sé e come possibilità di aprirsi verso gli altri e verso l’ambiente che lo circonda. Da questa continua interazione si costruisce l’immagine corporea, cioè la rappresentazione di se stessi come persona sessuata in mezzo ad altre persone sessuate. E’ una costruzione che si crea gradualmente attraverso lo sviluppo fisico e la continua relazione con gli altri. Una positiva relazione affettiva e corporea con gli altri quindi è indispensabile per una altrettanto positiva costruzione dell’identità.
La sessualità è, quindi, una delle componenti della vita delle persone che serve per entrare in relazione col mondo, con gli altri e con sé stessi.
Dopo questa spiegazione introduttiva ho delineato, attraverso delle teorie di impostazione psicoanalitica, l’importanza della dimensione sessuale all’interno della vita di ognuno di noi in quanto può essere paragonata a un motore che spinge l’individuo attraverso il suo sviluppo psicosessuale e lo porta alla formazione di una buona e solida identità. Gli autori di cui mi sono servita per illustrare meglio questi processi interni sono stati: Sigmund Freud, Carl Gustav Jung, Melanine Klein e Donald Winnicott. Tutti questi autori sono accomunati dalla grande importanza che essi danno al rapporto Madre-Bambino durante. Se la madre riesce a instaurare una relazione empatica e a soddisfare in modo sufficientemente buono i bisogni del proprio bambino anche lo sviluppo psicosessuale del figlio sarà buono, se ciò non avviene c’è il rischio che lo sviluppo sia compromesso.
Queste informazioni mi sono servite per riuscire ad inquadrare le idee generali dalle quali sono partita per poi sviluppare tutto il mio pensiero riguardo a come dovrebbe essere impostato l’intervento dell’educatore professionale.
Come componente fondamentale per la crescita delle persone, la sessualità non si può trascurare, tanto meno si può far finta che non esista. La sessualità deve essere sempre tenuta in considerazione e va curata e coltivata, fin dalla prima infanzia e poi attraverso ogni tappa dello sviluppo. Il ragazzo disabile deve essere accompagnato in modo costante durante tutto questo cammino in modo tale che esso viva la propria sessualità con serenità e il più consapevolmente possibile.
Questo ruolo di guida e accompagnatore, durante i primi momenti di vita e nella prima infanzia dovrebbe essere svolto dai genitori ed in particolare dalla madre, infatti, fin da piccoli si impara a conoscere attraverso il corpo, attraverso la relazione con la madre, che è prevalentemente corporea, fatta di abbracci, tenerezze e allattamento.
Talvolta questo non è possibile perché i vissuti ambivalenti che questa ha nei confronti del proprio bambino, dovuti al senso di colpa per aver generato un figlio “non normale”, la portano a non essere in grado di occuparsi di lui in modo corretto ed empatico. In questi casi, l’educatore professionale ha il compito di sostenere i genitori e di aiutarli ad accettare il loro bambino, quindi di aiutarli ad essere una madre e un padre a tutti gli effetti: accoglienti nei riguardi del loro piccolo (holding) e consapevoli delle difficoltà che esso dovrà affrontare.
Anche se crescendo il bambino diversamente abile verrà inserito in vari contesti educativi, prima quello scolastico poi nei vari centri come i centri diurni o i servizi di formazione all’autonomia e di inserimento lavorativo, la funzione di accompagnamento dei genitori non si conclude ma dura tutta la vita. Comunque ad ogni tappa che questo individuo attraverserà sarà sempre assistito da figure professionali come gli educatori, ma non solo, faranno perte dell’equipe multidisciplinare anche altri professionisti come psicologi e neuro psichiatri, logopedisti, fisioterapisti, psicomotricisti ed altri. Tutti questi esperti sono tenuti a lavorare in modo integrato ed insieme sono tenuti a costruire un Progetto Educativo Individualizzato o meglio un Progetto di Vita in cui anche la famiglia avrà un ruolo importantissimo per garantire la continuità educativa.
All’interno di questo il progetto la sessualità e l’affettività dovranno avere grosso rilievo perché costituiscono la base di tutte le relazioni, anche quella educativa che è lo strumento principe dell’educatore, e perché è attraverso le relazioni che la persona si realizza.
Per poter parlare di sessualità e disabilità, l’educatore deve partire dai propri valori e sentimenti in qualità di persona che comunque convive con la propria soggettiva strutturazione delle numerose componenti che la sessualità racchiude.
Ognuno parte dalla propria immagine di sessualità nell’affrontare questo tema e nell’ascolto di ciò che l’altro esprime. Quando si è riconosciuta in noi stessi la sessualità, la si può trasporre sull’altro e si può cominciare a vedere la sessualità come parte dell’altro, come parte estremamente vitale anche nel portatore di handicap accantonando per un po’ la percezione dell’utente solo come una persona deficitaria. Si può riconoscere all’altro dignità e diritti: primo fra tutti il diritto al rispetto del proprio corpo che invece molto spesso è sottoposto a continue manipolazioni e invasioni senza che nessuno si ricordi che dietro a quel corpo da accudire si celano aspetti emotivi, sentimenti ed emozioni.
Con utenti disabili, si lavora con tutte le componenti del loro essere uomo come il corpo, le emozioni, i sentimenti, i desideri ecc., ma anche con le loro relazioni quali le amicizie, la famiglia ecc., in modo tale da scoprire, sviluppare e mantenere le loro abilità manuali e relazionali in funzione di una loro maggiore autonomia nell’ambiente in cui sono inseriti. Il compito dell’educatore dovrebbe essere quello di far emergere le potenzialità dell’educando affinché questi possa essere pienamente sé stesso nella sua continua crescita. L’educatore è colui che accompagna la persona non autonoma nel cammino della vita per aiutarlo a superare quegli ostacoli che da solo non sarebbe in grado di affrontare. Per guidare in questo viaggio il ragazzo disabile utilizza principalmente uno strumento: la relazione.
Una delle componenti principali della relazione è l’affettività e la vicinanza emotiva.
Questo fa in modo che l’educatore non possa ignorare o trascurare l’aspetto affettivo-relazionale all’interno del lavoro educativo.
“Il presupposto per l’educazione affettivo-sessuale della persona handicappata sta nella persuasione che essa abbia un bisogno di affetto per lo meno pari a quello di chiunque altro. Anch’essa ha bisogno di amare e di essere amata, ha bisogno di tenerezza, di vicinanza, di intimità.”
Di fronte alle manifestazioni sessuali delle persone disabili gli operatori spesso si trovano in difficoltà, e il senso di disorientamento prende il sopravvento. Non si sa cosa fare. In alcuni casi si è portati a considerare la masturbazione dell’handicappato come una tollerabile perversione derivante dalla sua “malattia”. Questo avviene più facilmente se, all’interno del pensare il proprio lavoro professionale, l’aspetto della sessualità non è preso in considerazione come possibile nel corso delle attività educative. In altri casi, l’autostimolazione, pur disapprovata, viene accettata come ansiolitico. Altre volte, la tolleranza fa parte di un atteggiamento di generico disinteresse verso un bambino che non diventerà mai normale. Più difficile è tenere un atteggiamento positivo e rassicurante: ai fantasmi del sesso si aggiungono quelli dell’handicap.
Un metodo per insegnare a gestire la sessualità agli utenti diversamente abili non esiste allo stato attuale delle conoscenze. Io credo che si dovrebbe applicare lo stesso approccio pedagogico e metodologico utilizzato per conoscere, educare e/o modificare gli altri comportamenti ed esperienze dell’utente.
La proposta educativa che io faccio non consiste in un dare lezioni di sesso e non si tratta di spiegare agli utenti come avviene un rapporto sessuale o almeno non si tratta solo di questo.
L’azione educativa che io suggerisco, innanzi tutto, deve cominciare dalla nascita del soggetto diversamente abile in una prospettiva di progetto di vita.
L’educatore dovrebbe accompagnarlo per tutto il suo percorso di crescita adattando la relazione e i contenuti riguardanti anche la sessualità ai cambiamenti dovuti allo sviluppo.
Inizialmente il ruolo dell’educatore consisterà in un’azione di sostegno alle famiglie per aiutarle a superare il momento di crisi che si presenta dopo la nascita di un figlio “non normale”. Successivamente il suo lavoro si sposterà e si centrerà sulla relazione con l’utente stesso. In termini pratici, l’educatore insieme agli altri professionisti, che compongono l’equipe multidisciplinare e che si prendono cura del ragazzo handicappato, in collaborazione con le famiglie, dovranno creare un ambiente umano affettivamente caldo, in cui la persona possa sentirsi accolta, a proprio agio e possa comunicare, abbracciare, aprirsi agli altri ed essere serena. In poche parole devono far sperimentare all’utente cosa è l’amore, cosa significa voler bene in modo tale che pure lui possa sentirsi capace di amare e che possa sentirsi degno di essere amato.
Oltre a ciò la figura professionale educativa ha anche l’importante compito di spiegare ed aiutare ad attribuire dei significati alle esperienze che la persona disabile vive. Questi vissuti comprendono anche quelli riguardanti la sfera affettivo-sessuale in modo tale che l’utente non si senta spaventato dalle forti emozioni e pulsioni che sente dentro di lui e alle quali da solo non riesce a dare un nome cosicché le possa vivere serenamente, in modo positivo ma soprattutto con la maggior consapevolezza possibile.
Solo dopo aver raggiunto la consapevolezza di sé la persona disabile può cominciare a pensare di poter instaurare un rapporto amoroso di coppia.

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