 Segnalato da ANEP Capellino Cristina
“La cosa più difficile, ma anche più bella, è amare questa vita nelle sue sofferenze, nelle sofferenze non meritate”. L. N. Tolstoj
L’esperienza della morte viene volentieri allontanata, nascosta, privata della sua dimensione quotidiana e costretta perciò a diventare un tabù, un evento innaturale non facente più parte della vita stessa. Questa tesi affronta un argomento difficile e scomodo, che va a toccare le dimensioni più profonde dell’essere umano, ma credo fermamente che essa mi abbia aiutato a crescere non solo professionalmente, ma soprattutto come persona dal punto di vista umano. L’idea di questa tesi è nata dal bisogno di entrambe di prendere coscienza dei miei vissuti e rielaborarli al fine di poter operare nella quotidianità con continuità e progettualità di fronte al morire. Il malato terminale, il quale un tempo lasciava la propria vita nel letto di casa, circondato da familiari ed amici, ora, spesso, conclude la sua esistenza senza che gli venga offerta la possibilità di comunicare l’esperienza, i vissuti, i sentimenti, le ansie e le paure che prova nei confronti di un evento così nuovo ed unico. Eppure, non è questo il momento della vita che più di ogni altro rende necessaria la presenza di qualcuno accanto con cui affrontare il cammino? La tesi vuole proprio partire da questo interrogativo per restituire alla morte un volto più naturale ed umano e per dare al morente il ruolo di “protagonista” della propria storia, libero di sapere, scegliere, decidere, insomma di vivere fino in fondo gli ultimi momenti della sua vita nella più intensa comunicazione con le persone care e con il mondo circostante. L’ipotesi è che, per l’educatore professionale, ci sia uno spazio in cui poter operare con intenzionalità in un contesto di accompagnamento alla morte. Infatti la specificità inerente la sua formazione (sapere, saper fare e saper essere), il valore conferito all’aspetto relazionale del suo profilo professionale, delle caratteristiche di quotidianità e continuità del suo intervento progettuale sono elementi che ci portano a sostenere che l’educatore possa essere una figura operante in questo contesto. Accompagnamento non significa, quindi, semplice assistenza, ma condivisione di un’esperienza unica che, seppur drammatica, può offrire sia all’operatore che al morente, nuove possibilità di crescita e di conoscenza di sé. Il lavoro si divide in tre parti: • nella prima parte viene analizzata la morte nella storia, come le persone della nostra società si avvicinano a tale tematica e come vivono, affrontano e rielaborano questo ultimo momento della vita; • nella seconda parte si parla del ruolo dell’educatore in questa fase della vita, le difficoltà che può incontrare e la sua operatività; • nella terza parte si descriva una bozza-progetto di accompagnamento al morente.
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